Intervista a Elena Berselli

Dottoressa Berselli, lei ha concentrato buona parte del suo insegnamento sulla raccolta dell’anamnesi. Che ruolo ha questa attività nella formulazione di una diagnosi?

Psicologisti - Elena Berselli

La raccolta anamnestica intesa come lavoro di ricostruzione della storia del paziente, delle sue relazioni familiari e personali, nonché del suo funzionamento nei diversi ambiti della vita costituisce senza dubbio un momento importante del lavoro diagnostico, perché permette di inquadrare il disagio lamentato all’interno di una storia, di certo unica e irripetibile. Una ricostruzione anamnestica approfondita, andando anche a indagare e a ripercorrere il decorso dei disturbi e il relativo impatto sulle diverse aree di funzionamento, così come gli eventuali percorsi terapeutici pregressi, permette di definire in modo più preciso le caratteristiche della psicopatologia, a partire dall’esordio della difficoltà fino al momento in cui viene richiesto l’aiuto. In questo senso, raccogliere dati anamnestici quanto più possibile completi costituisce un ausilio importante ai fini della formulazione della diagnosi perché consente di definire con maggiore chiarezza la sintomatologia lamentata, in termini di frequenza, intensità e ricorrenza, inserendola in un contesto. Inoltre, una raccolta anamnestica esaustiva, proprio perché consente di ripercorrere le fasi significative dell’intera esistenza del paziente nei suoi aspetti biologici, psicologici e sociali, può evidenziare caratteristiche e tratti di personalità ed eventuali disturbi in comorbilità, di cui la persona potrebbe non essere pienamente consapevole e che potrebbe non portare spontaneamente nel contesto clinico.  

Parimenti, qual è il ruolo dell’anamnesi nella individuazione di una psicoterapia?

Poter contare su dati approfonditi sul paziente e sulla sua storia (anche psicopatologica) ancora prima di intraprendere un percorso di cura, costituisce a mio avviso un elemento chiave per capire quale possa essere l’intervento psicoterapeutico più indicato, in un dato momento dell’esistenza della persona. Ricostruire e indagare gli elementi significativi delle diverse aree di vita, identificare problematiche specifiche e/o rilevare eventuali aree traumatiche, rappresenta, infatti, un aiuto importante per mettere a fuoco le risorse e i limiti, interni ed esterni, che caratterizzano una data situazione clinica e che possono potenzialmente costituire un facilitatore così come un’interferenza o un ostacolo invalicabile in un processo terapeutico. 
In questa direzione, la possibilità di ricercare informazioni salienti rende particolarmente utile una raccolta di dati di questo tipo in una fase precedente all’avvio del percorso di cura. Indipendentemente dall’approccio terapeutico, infatti, la possibilità da parte del clinico di arrivare a un quadro sufficientemente chiaro del funzionamento personale e della psicopatologia è cruciale per definire una possibile indicazione o controindicazione a un trattamento, soprattutto nell’ottica di cercare di evitare il più possibile successivi fallimenti terapeutici. 
In aggiunta, il percorso anamnestico può fornire indicazioni preziose sulla più generale capacità del paziente di nutrire fiducia nei confronti di un possibile aiuto ed evidenziare eventuali criticità in quest’ambito. Sempre in questa direzione, il lavoro di raccolta anamnestica così inteso può spesso tradursi in un rafforzamento dell’alleanza diagnostica tra clinico e paziente, gettando le basi per una successiva alleanza terapeutica, imprescindibile in ogni percorso di cura. 

Come mai secondo lei, questa attività è stata nel corso del tempo sottovalutata o applicata in modo non ottimale?

In effetti, la raccolta dei dati anamnestici in psicologia è stata spesso sottovalutata e considerata come una semplice fase di raccolta di dati, spesso poco più che anagrafici. Anche la letteratura specializzata ha frequentemente trascurato questo momento clinico, che possiamo definire un vero e proprio strumento, a favore di altri, quali per esempio i test o gli interventi psicoterapeutici. L’attenzione verso il processo diagnostico come modello di lavoro, portata avanti da diversi clinici nel corso dell’ultimo ventennio, ha però fatto sì che in alcuni contesti l’anamnesi sia diventata una fase a sé stante e, soprattutto, particolarmente significativa ai fini della comprensione del malessere del paziente. In questa prospettiva il lavoro di ricostruzione anamnestica acquisisce un valore specifico, in quanto va oltre la raccolta di un semplice elenco di fatti per diventare una storia organica e completa all’interno della quale leggere la situazione attuale di una persona.     

Psicologistii - La raccolta dati bio-psico-sociali

Nel suo ultimo libro La raccolta dei dati bio-psico-sociali pubblicato da Hogrefe Editore nella collana 100 Domande viene proposto un modello di raccolta di anamnesi. Quali sono le peculiarità di questo modello?

Il modello di raccolta dei dati bio-psico-sociali proposto nel volume nasce nel contesto di un lungo lavoro sul processo diagnostico, inteso come quel percorso collaborativo tra clinico e paziente che mira a definire e a comprendere il disagio della persona al fine di individuare la strategia più adeguata ad affrontarlo, attraverso l’utilizzo di strumenti specifici, come il colloquio clinico, la raccolta dei dati bio-psico-sociali e i test psicodiagnostici. Questo modello di raccolta dei dati anamnestici risponde quindi alla necessità di ottenere quegli elementi relativi alla vita di un paziente utili per inquadrare il suo disturbo in chiave longitudinale e che, in integrazione con gli altri elementi raccolti, possano contribuire all’obiettivo di comprendere la natura e il significato della difficoltà. In questa direzione, il modello proposto prevede un’indagine che copre tutte le aree di vita del paziente, prestando attenzione sia alla situazione attuale sia agli antecedenti e ai conseguenti del disagio manifestato. 
Come appare in tutt’evidenza, il livello di approfondimento è particolarmente elevato, anche perché si richiede di integrare i dati oggettivi con i vissuti soggettivi della persona rispetto alle proprie esperienze di vita. In quest’ottica è naturalmente indispensabile una collaborazione attiva da parte paziente, che è forse il miglior conoscitore di se stesso, ma che deve essere messo nelle condizioni migliori per raccontarsi, avendo chiaro che non saranno formulati giudizi su quanto emergerà, ma che le informazioni saranno preziose per arrivare a comprendere il significato del suo malessere. Lavorare quindi per stabilire una buona alleanza contribuirà a ridurre il rischio di scontrarsi con eccessive chiusure, reticenza o superficialità. 
Naturalmente questo specifico modello non potrà essere agilmente utilizzato in ogni situazione, data la quantità di informazioni richieste e i limiti temporali che particolari contesti impongono. Tuttavia, è sempre possibile modificare il modello in base alle specifiche esigenze della situazione, limitando al minimo le informazioni su alcune aree di indagine, ma prestando comunque grande attenzione al duplice livello dei dati da raccogliere, oggettivo e soggettivo.     

Quali suggerimenti si sente di dare ai professionisti che per consolidata attività professionale o per le prime volte si accingono a raccogliere una raccolta di dati bio-psico-sociali e che vogliano rendere questa raccolta veramente pratica ai fini terapeutici oltre che diagnostici?

Perché una raccolta dei dati bio-psico-sociali sia il più possibile utile ed efficace ritengo in primo luogo necessario considerarla come una fase a sé, distinta e differente sia dal colloquio clinico sia dall’intervento terapeutico in senso stretto, in termini di setting, obiettivi e modalità di conduzione. 
Il lavoro di ricostruzione anamnestica è infatti un momento particolare dell’incontro tra clinico e paziente, che permette alla persona di raccontarsi attraverso la narrazione della propria storia, guidata dal clinico, potendo ripercorrere e rimettere in ordine parti della vita, recuperare frammenti del passato, collegare situazioni e stati d’animo, ricostruire il proprio disagio e le proprie difficoltà. Il clinico avrà quindi il fondamentale ruolo di aiutare la persona in questo difficile compito, seguendo una metodologia di lavoro specifica, che prevede per esempio di modulare i propri interventi in modo da “tenere il filo” della narrazione, richiedere approfondimenti e spiegazioni ulteriori per sollecitare il racconto e ottenere informazioni specifiche oppure arginare e contenere la persona qualora diventi troppo prolissa, sempre monitorando il livello di alleanza. 
Inoltre, sebbene le persone che svolgono un percorso di questo tipo tendano spesso a creare collegamenti spontanei tra le situazioni vissute e il proprio disagio e a chiederne conferma al clinico, credo sia importante sottolineare che l’anamnesi non è ancora il momento dell’interpretazione: in questa fase è fondamentale sospendere il giudizio, raccogliere dati e non interpretarli, cercando al contempo di non essere condizionati dalle proprie ipotesi cliniche nella raccolta delle informazioni per non rischiare di trascurarne altre, magari molto significative; lo scopo ultimo resta quello di ottenere un quadro esaustivo della storia di vita del paziente, non modificare la situazione. In questo assetto, tutti gli elementi così raccolti, unitamente alle informazioni emerse dai colloqui e da altri strumenti, potranno sostenere e guidare il ragionamento clinico e i successivi interventi terapeutici. 

Daniele Berto

Psicologo e psicoterapeuta è attualmente Dirigente-Psicologo presso la Asl di Padova, dove si occupa di stress lavoro correlato. Unisce all'attività istituzionale, l'attività didattica e forense.

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