Psicologisti - Giovanni Camerini

Intervista a Giovanni Camerini

Dott. Camerini, molta parte della sua attività professionale, dei suoi studi e dei suoi scritti sono dedicati a temi di psichiatria forense e psicologia giuridica con una particolare attenzione e riferimento all’età evolutiva. Che cosa differenzia, secondo lei, l’approccio clinico e l’approccio forense nella valutazione e nell’incontro con un minore?

L’approccio clinico e quello forense attengono a piani diversi, come diverse sono le finalità. Il soggetto da valutare sul piano clinico è designato come “paziente” e la valutazione si rivolge in primo luogo alla cura, la quale richiede un’empatia ed un’alleanza, sotto la sola egida del principio di beneficità. Sul piano forense la valutazione viene invece effettuata per rispondere ai quesiti posti dal Giudice, secondo il principio di legalità, e richiede necessariamente il rispetto del contraddittorio. I destinatari dell’assessment clinico-diagnostico non sono i genitori, ovvero coloro che esercitano la responsabilità, bensì l’agenzia giudiziaria che ha conferito l’incarico al c.t.u. o al perito.

La consulenza tecnica di ufficio è espressione dell’attività professionale del singolo consulente e non risponde quindi ad un format rigido, come non può essere invariante o stereotipata l’attività del professionista che si estrinseca nella libera interpretazione del mandato peritale. Il consulente è però tenuto a seguire un metodo di valutazione e indagine che risponda ai requisiti condivisi con la comunità scientifica di riferimento. Il referente del consulente è quindi non solo il proprio campo di competenze ma, all’interno di tale ambito, quanto la comunità scientifica ritiene adeguato. Inoltre, nelle consulenze in ambito giudiziario il tecnico è tenuto a tener conto anche dello specifico ambito forense che definisce le possibilità e i limiti delle consulenze.

Un principio guida, la cui osservanza risulta imprescindibile nello svolgimento di un incarico consulenziale o peritale, è il rispetto delle specificità di ruoli e funzioni attribuite al consulente del giudice. Sebbene il consulente ‒ nel valutare ad esempio un minore o la sua famiglia ‒ operi scelte modulate all’interesse morale e materiale del minore (principio di beneficità), egli non può prescindere dai dettami giuridici stabiliti dal legislatore relativamente ai diritti del minore stesso e degli adulti che hanno responsabilità nei suoi confronti.

Gli esperti devono tenere ben distinti i compiti derivanti dalla collaborazione con l’autorità giudiziaria alla luce del principio di legalità, rispetto a quelli spettanti ad un qualsiasi altro operatore sociosanitario nei confronti della persona da assistere e curare, ed aver sempre presente in che cosa si differenzino ruoli e funzioni degli uni rispetto agli altri.
Il livello di completezza e falsificabilità richiesto quindi al percorso psichiatrico-forense è ancora superiore a quanto necessario in sede clinica per cui non è sufficiente affermare le proprie opinioni o convinzioni ma è necessario provarle.

Molti pensano che l’abilitazione professionale sia sufficiente per approcciarsi al mondo della psicologia giuridica e forense. Quanto importante è la formazione specifica in questi ambiti?

L’attività psicoforense richiede una specifica formazione che può essere raggiuta con il conseguimento di un master universitario al quale si deve aggiungere una pratica professionalizzante attraverso tirocini nell’ambito della consulenza civile e della perizia penale, approfondendo la conoscenza dei dettati normativi e delle norme giuridiche e procedurali che disciplinano il campo in cui l’esperto è chiamato a fornire le sue valutazioni. La clinica resta sovrana con le proprie procedure metodologiche, così come restano sovrani i vincoli legati ai codici deontologici ed agli articoli di legge dei codici civile e penale e di procedura civile e penale.

Quali sono, secondo lei, gli errori metodologici più frequenti che professionisti potrebbero commettere nel corso della valutazione di minori in ambito forense?

I principali errori metodologici consistono nel non fondare le valutazioni su evidenze scientificamente fondate. La prima questione che si pone riguarda i caratteri che deve avere un apporto conoscitivo per essere qualificato come scientifico. La domanda appare meno impegnativa in relazione alle cosiddette hard sciences, come la fisica, la chimica e la biologia, ma diviene particolarmente scottante con riferimento a discipline caratterizzate da una certa variabilità epistemologica, rispetto alle quali la demarcazione tra scienza e non scienza o pseudo scienza è spesso problematica.

Nel 1993 il problema della demarcazione tra scienza e non scienza torna all’attenzione della Corte Suprema USA, con il caso Daubert, un’azione di risarcimento dei danni provocati da un farmaco.
La sentenza Daubert individua quattro criteri fondamentali:

  • possibilità di testare l’ipotesi scientifica avanzata, di falsificarla e confutarla;
  • sottoposizione dell’ipotesi alla peer review e alla pubblicazione su riviste scientifiche;
  • conoscenza del tasso di errore della teoria di riferimento;
  • accettazione da parte della comunità scientifica.

I criteri Daubert sono stati richiamati in due sentenze della Cassazione italiana:

  • Cass. pen., sez. IV, sent. 13 dicembre 2010, n. 43786, Cozzini: Gli esperti dovranno essere chiamati non solo ad esprimere il loro personale seppur qualificato giudizio, ma anche a delineare lo scenario degli studi ed a fornire elementi che consentano al giudice di comprendere se, ponderate le diverse rappresentazioni scientifiche del problema, possa pervenirsi ad una ‘metateoria’ in grado di fondare affidabilmente la ricostruzione. Di tale complessa indagine il giudice è infine chiamato a dar conto in motivazione, esplicitando le informazioni scientifiche disponibili e fornendo razionale spiegazione, in modo completo e comprensibile a tutti, dell’apprezzamento compiuto.
  • Cass. pen., sez. IV, sent., 29 gennaio 2013 n. 268, Cantore: Non si tratta di comprendere quale sia il pur qualificato punto di vista del singolo studioso, quanto piuttosto di definire, ben più ampiamente, quale sia lo stato complessivo delle conoscenze accreditate. Pertanto per valutare l’attendibilità di una tesi occorre esaminare gli studi che la sorreggono; l’ampiezza, la rigorosità, l’oggettività delle ricerche; il grado di consenso che l’elaborazione teorica raccoglie nella comunità scientifica. Inoltre è di preminente rilievo l’identità, l’autorità indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove.

I criteri in questione costituiscono pertanto un riferimento certo per la cultura giuridica del nostro paese. La validità e l’efficacia del contributo dell’esperto nel processo, sia civile che penale, si gioca oggi sul rispetto dei criteri fondamentali della falsificabilità e della possibilità di valutare il tasso di errore potenziale o noto della teoria di riferimento.
L’idea che a garantire la scientificità del contributo dell’esperto sia la semplice autorevolezza scientifica dello stesso deve essere rapidamente abbandonata alla luce dei criteri Daubert.

Lei ha preso parte ai gruppi di lavoro che hanno delineato le Linee Guida nazionali sull’ascolto del minore testimone. Che cosa rappresenta la Carta di Noto IV per i professionisti che si occupano di assessment di minori maltrattati e/o abusati?

La Carta di Noto rappresenta un documento di buone prassi giudiziarie per la raccolta della testimonianza del minore presunta vittima e per la valutazione della sua idoneità testimoniale. Non è un documento di linee guida scientifiche ma fa propri i principi contenuti nelle Linee Guida Nazionali sull’ascolto del minore testimone.
Si pone la necessità, in questi ambiti, di adottare un serio rigore metodologico a tutela dei diritti dei minori stessi. Il Protocollo della Convenzione dei diritti del fanciullo, New York, 6 settembre 2000  (L. 11 marzo 2002 n. 46) si basa sui seguenti principi di tutela (art. 8):

  1. coesistenza, ad ogni stato della procedura penale, delle necessarie misure di protezione dei diritti e degli interessi dei minori vittime con le misure dirette all’accertamento dei reati;
  2. riconoscimento dei particolari bisogni dei minori vittime dei reati e prevalenza, nel modo di trattarli, del loro interesse;
  3. diritto dell’accusato ad un processo equo o imparziale;
  4. adozione di misure per una formazione appropriata degli operatori.  

Le audizioni giudiziarie dei minori presunte vittime possono risultare traumatiche perché talvolta svolte da persone del tutto prive di sufficienti capacità e sensibilità per interrogare un bambino e perché, specie per i reati sessuali, le domande finiranno necessariamente con il vertere su circostanze e particolari assai conturbanti anche se necessari per inquadrare la fattispecie criminosa da contestare all’autore del reato.  Inoltre, una corretta raccolta della testimonianza del bambino consente di mantenere l’integrità degli elementi probatori. Occorre quindi sforzarsi di raccogliere la testimonianza secondo modalità  metodi e procedure efficaci e corrette, in modo che venga ridotto il numero delle interviste ed evitando fenomeni di rielaborazione e di contaminazione attraverso modalità non suggestive né inducenti  e tali da non turbare la serenità  del bambino.

Nella valutazione del minore occorre che gli esperti utilizzino metodologie evidence-based e strumenti che possiedano le caratteristiche di ripetibilità e accuratezza e che siano riconosciuti come affidabili dalla comunità scientifica di riferimento. In tema di idoneità a testimoniare le parti e gli esperti dovrebbero assicurarsi che i quesiti siano formulati in modo da non implicare giudizi, definizioni o altri profili di competenza del giudice. Il quesito posto all’esperto dovrebbe riferirsi a quanto accreditato dal patrimonio di conoscenze della comunità scientifica e tale necessità deve essere fatta presente dall’esperto ove la richiesta peritale esorbitasse dalle sue competenze.

In questo momento storico in cui c’è un acceso dibattito (o scontro) tra “visioni operative” e “metodologie”, come si inserisce e quanto importante è la Carta di Noto?

Psicologisti - La valutazione del minore nei casi di abuso

Il dibattito non è tra diverse “scuole di pensiero”, ma tra coloro che si sforzano di aderire al patrimonio di conoscenze riconosciuto dalla comunità scientifica, in linea con le raccomandazioni e le linee guida internazionali, e che invece non intende seguire queste indicazioni e ricorre a metodi propri più o meno “selvaggi”. La Carta di Noto, in questa prospettiva, risulta coerente non solo con le Linee Guida nazionali sull’ascolto del minore testimone ma anche con il Memorandum of good practice e con le Guidelines on Mamory and Law britanniche, nonché con le Guidelines della American Association of Child and Adolescent Psychiatry (AACAP).  

Nel suo libro “La valutazione del minore nei casi di abuso”, lei affronta il complesso tema della metodologia nella valutazione dell’abuso rispondendo a 100 domande pratiche e offrendo risposte chiare a dubbi e a problemi procedurali. Qual è secondo lei l’aspetto più critico da gestire in fase di ascolto e di assessment di minori che hanno subito maltrattamenti o abusi?

I problemi a mio avviso più importanti sono tre.

  • C’è assoluta necessità di adottare sempre e comunque metodologie di ascolto giudiziario del minore testimone coerenti con le indicazioni e con i protocolli delle letteratura internazionale. Occorre ricordare come sia ormai un dato certo nella comunità scientifica internazionale che le procedure adottate per l’intervista rappresentano un nodo cruciale nel determinare il contenuto e la qualità del resoconto di un testimone. La ricerca in psicologia giuridica applicata all’intervista ha esaminato migliaia di interviste condotte sul campo (ossia nella vita reale, e non in laboratorio) da poliziotti, colloqui investigativi svolti da psicologi, assistenti sociali, insegnanti, genitori, e altri, identificando, dopo anni di lavoro, quali siano gli errori tipici nella conduzione di questi colloqui e quali siano le loro conseguenze. La modalità con cui il colloquio viene condotto è quindi ormai indiscutibilmente considerata una delle maggiori fonti di errore nel resoconto del testimone. Secondo alcuni è la singola maggiore fonte di errore. In una ricerca che data vari anni ma i cui risultati sono stati più volte replicati, Gail Goodman, docente presso la Università della California, ha dimostrato che la memoria dei bambini è molto accurata, se non vi sono interferenze da parte dell’intervistatore. Accurata ma povera. È per questo motivo che, in particolare con bambini, si assiste spesso ad un intervento pesante da parte degli adulti: intervento che, se svolto da personale che non segue le linee guida, porta a errori anche irreversibili nel resoconto e nel ricordo.
  • La nozione di “indicatore di abuso”.  La letteratura specialistica ha più volte ribadito come non esista alcuna manifestazione comportamentale che possa essere considerata caratteristica di una specifica vittimizzazione. Le evidenze scientifiche non consentono di identificare quadri clinici riconducibili ad una definita esperienza di vittimizzazione, né ritenere alcun sintomo prova o indicatore di uno specifico traumatismo. In definitiva non è scientificamente corretto inferire dalla esistenza di sintomi psichici e/o comportamentali, pur rigorosamente accertati, la sussistenza di un definito evento traumatico, né attribuire a singoli segni psicodiagnostici, in special modo se derivanti da interpretazioni simboliche, il ruolo di indicatori di specifiche esperienze traumatiche o di vittimizzazione. Il costrutto di “indicatore di abuso” non è quindi sorretto da alcuna copertura scientifica; l’esperto dovrebbe quindi astenersi, sulla base del patrimonio di conoscenze accreditate dalla sua disciplina, dal proporre interpretazioni del nesso di causalità esistente tra le condotte e le manifestazioni psicocomportamentali del teste e gli eventi che le avrebbero determinate, risultando tali correlazioni troppo soggettive ed arbitrarie e non sorrette dalle sufficienti e necessarie evidenze. Non è lecito sul piano scientifico attribuire a sintomi psichici un’origine ed una natura post-traumatiche qualora non sia stato prioritariamente accertato un evento traumatico. Parimenti, i quesiti posti all’esperto non dovrebbero includere questi ambiti di indagine. La inosservanza di queste cautele può comportare criticità per quanto riguarda i percorsi valutativi giudiziari ed i relativi accertamenti rivolti alla verità processuale ed i profili di responsabilità professionale del perito.
  • L’esperto non può essere chiamato ad esprimere il suo parere riguardo l’attendibilità di un portato dichiarativo. Oggetto della valutazione è il testimone, non la sua testimonianza. Il controllo dell’attendibilità del portato dichiarativo prevede verifiche attraverso riscontri esterni ed indipendenti che il magistrato potrà effettuare sulla base degli elementi in suo possesso (corroborazione estrinseca): altre testimonianze, risultanze delle intercettazioni e dei sopralluoghi, accordo con i fatti ed i risultati già accertati. L’indagine psicologica non consente di distinguere racconti veritieri e non veritieri, ovvero di esprimere pareri fondati riguardo la validità e la sincerità delle dichiarazioni rese. Il perito potrà essere chiamato ad esprimersi unicamente in un ambito più ristretto, ovvero riguardo la qualità/accuratezza complessiva delle dichiarazioni testimoniali in tema di coerenza intrinseca del racconto, la sua coerenza con le leggi della fisica, l’eventuale presenza di produzioni di natura confabulatoria.

Daniele Berto

Psicologo e psicoterapeuta è attualmente Dirigente-Psicologo presso la Asl di Padova, dove si occupa di stress lavoro correlato. Unisce all'attività istituzionale, l'attività didattica e forense.

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