Psicologisti - La casa delle bambole

La casa delle bambole

La casa delle bambole è un thriller psicologico talmente inquietante da poter essere considerato quasi un horror. Decisamente poco adatto a chi non ama la tensione, ha la capacità di tenere con il fiato sospeso per l’intera durata del film; non ci sono attimi di tranquillità, neanche apparente. Dalle prime scene del film si respira un’atmosfera tormentata che sfocia sempre di più in scene di terrore fino a raggiungere un apice che non decresce fino all’ultima scena.
La casa delle bambole parla di follia, di follia vera, quella dove non ci sono spiegazioni, non c’è senso, non c’è un perché.

Tutto inizia in un’auto dove una mamma e le sue due figlie adolescenti Vera e Beth viaggiano di notte verso la casa ereditata da una zia morta da poco. Nessuna traccia del padre o di un compagno. Inizio classico.
Poi ecco che spunta un camion di dolci, rosa, bianco, grande; un enorme camion dei colori delle caramelle che però appare subito troppo grande e guidato in modo troppo sgraziato per promettere qualcosa di buono. Il camion sorpassa la famiglia e suona, suona tanto, forte, troppo per essere un saluto. Le giovani ricambiano ma poco convinte, soprattutto Vera la più grande.
La casa della vecchia zia immersa nella notte appare sinistra e claustrofobica nella sua accozzaglia di carta da parati, vecchi oggetti polverosi, tende consunte e bambole, tante bambole. Si respira un’aria di vecchio e di morte.
Portare le scatole del trasloco in quella casa si rivela un lavoro faticoso e anche un po’ triste a causa delle tensioni fra le due sorelle; Vera si sente la figlia meno amata rispetto a Beth che riscuote molte attenzioni della madre.
La porta rimane aperta ed è l’inizio della fine. Il camion di dolci arriva. Due folli dalla fisicità rozza e irreale entrano nella casa aggredendo violentemente la madre e le due figlie.
Le due giovani devono riuscire a fuggire, ma prima ancora devono riuscire a sopravvivere alla follia spietata e devastante dei due esseri che le tengono prigioniere: un uomo enorme e grasso con una forza sovrumana, un grave ritardo cognitivo e una completa assenza di empatia che mosso da un feticismo perverso “vuole solo giocare con le bambole” e un essere ambiguo ed efebico con i tratti da donna e la voce da uomo.


Di fronte al trauma, il cervello umano è costretto a trovare strategie di sopravvivenza per non mandare la psiche in mille pezzi. Beth trova la sua strategia di sopravvivenza emotiva; resiste al trauma come può, raschiando dal fondo del barile ogni sua risorsa. Ed è proprio la rappresentazione della sopravvivenza al trauma uno degli elementi che rende questo film tanto disturbante quanto coinvolgente e diverso dalla massa di altri film di questo genere. 
Gli attori non sono certo tra i più famosi ma riescono a interpretare magistralmente questo film trasmettendo la devianza, il terrore, il trauma, il dolore, l’istinto di sopravvivenza.

Consigliato a un pubblico che ama l’alta tensione.

Luisa Fossati

Luisa Fossati

Psicologa del lavoro e psicoterapeuta. Coniuga il lavoro con i test, occupandosi della Ricerca & Sviluppo in Hogrefe Editore, all’attività libero professionale con aziende, individui e coppie.

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