Psicologisti - Quarantena, cibo e umore

Quarantena, cibo e umore

Come stiamo spendendo la quarantena? Abbiamo riscoperto hobby e passioni, imparato cose nuove e inaugurato nuove ruotine. Di sicuro però una cosa l’abbiamo fatta tutti: mangiare.
Ci simo riscoperti cuochi, pasticceri, e panettieri e abbiamo contribuito alla scomparsa nei negozi del lievito di birra. 
Alcuni di noi si sono dedicati ad uno stile alimentare sano, con l’obiettivo di rinforzare le difese immunitarie e rispondere meglio al rischio di contagio. Sono fioriti sulle riviste consigli sull’assunzione di zinco, vitamina C, probiotici e rinnovati apprezzamenti per la dieta mediterranea.
Altri si sono dedicati al confort food, alle preparazioni lente, ai cibi saporiti e alle ricette che evocano ricordi di casa, e che magari fanno sentire un po’ più vicini alle famiglie e agli affetti lontani. 

In questo periodo di isolamento sociale, postare sui social foto di cibo è diventato un altro modo di mantenere un contatto con il mondo esterno, di condividere la propria vita con gli altri, quando per forza di cose manca l’occasione di postare vacanze, uscite e locali. E così anche gli insospettabili, quelli che sui social non avevano mai dato prova del fatto di alimentarsi davvero, ora postano foto di pane, pizze, dolci e altri manicaretti. 
È indubbio che quando la quotidianità viene completamento sconvolta, di conseguenza cambiano e si modificano molte nostre abitudini, comprese quelle alimentari. 

Che c’è una relazione tra il tono dell’umore e le scelte alimentari è noto da tempo. 
L’emotional eating corrisponde all’uso del cibo in modo compensatorio, come strategia per gestire emozioni negative. Ansia, cattivo umore, stress e noia sono stati d’animo che frequentemente si associano ad un peggioramento dell’emotional eating. Le ricerche hanno dimostrato che in queste condizioni si predilige il consumo di alimenti ricchi di zucchero e grassi, ad elevato apporto calorico e indice glicemico, quello che in sostanza chiamiamo non a caso confort food. 
L’emotional eating ha una forte componente nei disturbi del comportamento alimentare, ma in ambito non clinico è molto facile da osservare. 
Che anche la nostra quarantena abbia risentito di questo effetto? Noia, ansia e preoccupazione, uniti all’isolamento sociale, avranno modificato in modo significato le nostre abitudini alimentari? 

Un recente studio1 condotto da Gizem Altheimer e Haether Urry della Tufts University ha discusso il concetto di emotional eating, esaminando quanto già pubblicato sull’argomento e valutando come fattori di apprendimento e contestuali possano giocare un ruolo nella sua comparsa e nella sua modulazione. 
Se infatti è stato provato che determinati stati emotivi negativi causano un aumento dell’apporto alimentare anche in persone che solitamente mangiano in modo sano, Altheimer e Urry fanno notare che esperimenti in cui si indicono stati emotivi negativi in persone che hanno abitudini alimentari salutari non hanno lo stesso risultato. Questo potrebbe portare ad ipotizzare che non siano le emozioni in sé a causare un determinato comportamento alimentare, ma che piuttosto sia necessaria un’esperienza di apprendimento che faccia sì che l’individuo associ il cibo alle emozioni.
Se ciò che da forma al comportamento è l’esperienza di ognuno con le emozioni, allora si potrebbe presupporre che le persone non mangino sulla spinta di qualsiasi emozione, ma solo in riferimento a quegli stati emotivi che in passato hanno imparato ad associare al cibo. In questa logica, le persone che hanno associato l’atto di mangiare alla tristezza potrebbero non necessariamente mangiare di più quando sono ansiosi, e inoltre, potrebbero non ricorrere a determinati comportamenti alimentari tutte le volte che sono tristi, ma solo in alcune circostanze. 
Questo significherebbe che l’emotional eating potrebbe essere basato sull’associazione tra emozioni e cibo, piuttosto che essere una conseguenza diretta delle emozioni. Coloro che non hanno appreso questa associazione potrebbero cedere meno probabilmente a questo comportamento. 
Un altro aspetto che questa ricerca mette in luce è che l’emotional eating non tende a verificarsi in concomitanza di stati emotivi di generale malessere, quando si percepisce che “qualcosa non va”, ma tende ad associarsi a stati emotivi discreti, nei quali si riconosce in genere una componente cognitiva, come l’ansia o la tristezza. In tutto questo, anche fattori contestuali possono giocare un ruolo nell’effettiva messa in atto di comportamenti alimentari, perché la presenza di un compagno, o anche solo la cognizione della sua esistenza, può interferire e modulare l’assunzione di cibo. 

Tutto questo ci fa dunque pensare, che il comportamento alimentare è molto di più di una semplice risposta ad una situazione. Riflette chi siamo e che cosa abbiamo appreso nella nostra vita, riflettere il comportamento di quelli che sono con noi e la componente cognitiva con la quale interpretiamo gli eventi. 
Alla luce di questo, in quarantena abbiamo mangiato e mangeremo, abbiamo cambiato le nostre abitudini ma, magari, non ci siamo poi molto discostati da quello che avremmo fatto in altre circostanze. 

1Altheimer, G. & Urry, H.L. (2019). Do emotions cause eating? The role of previous experiences and social context in emotional eating. Current Directions in Psychological Science, 28(3), 234-240. 

Sara Zaccaria

Sara Zaccaria

Psicologa e psicoterapeuta, ha coniugato la passione per i libri e quella per la psicologia occupandosi dello sviluppo editoriale per Hogrefe Editore e svolgendo attività libero professionale con bambini e adulti.

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